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Risonanza magnetica e mal di schiena: perché il referto non è la diagnosi

Risonanza magnetica e mal di schiena: il fisioterapista Iacopo Landi spiega come leggere davvero il referto
Guida Moveinside · Dolore e referti

Risonanza magnetica e mal di schiena: perché il referto non è la diagnosi

Risonanza magnetica e mal di schiena: protrusioni, ernie e segni di degenerazione compaiono nei referti di moltissime persone che non hanno alcun dolore. Ecco cosa vede davvero l’esame, cosa non può vedere, quando serve senza discussioni e cosa conviene fare al posto di ripeterlo, spiegato dal fisioterapista e osteopata Iacopo Landi.

Iacopo Landi ·Fisioterapista e osteopata, coach Moveinside ·9 min di lettura

In sintesi

La risonanza magnetica fotografa la struttura della colonna, non il dolore. Nella revisione sistematica di Brinjikji e colleghi, pubblicata nel 2015 sull’American Journal of Neuroradiology su 3.110 persone senza alcun mal di schiena, la degenerazione discale era presente nel 37% dei ventenni e nel 96% degli ottantenni. Il referto quindi non è la diagnosi: va letto insieme alla persona, alla sua storia e a un esame clinico, mai al posto loro.

  • Cosa vede: dischi, vertebre, radici nervose, midollo, muscoli e legamenti. Cosa non vede: il dolore, la paura del movimento, il sonno, lo stress e il carico che il tuo corpo tollera oggi.
  • Quanto sono comuni i reperti: il 30% delle persone di 20 anni senza alcun dolore alla schiena presenta un bulging discale, e la quota sale all’84% a 80 anni.
  • Quando l’esame serve subito: deficit neurologico severo o progressivo, trauma importante, sospetta infezione o tumore, segni di sindrome della cauda equina. In questi casi si va dal medico.
  • Cosa dicono le linee guida: NICE raccomanda di non offrire di routine l’imaging fuori dai contesti specialistici per il mal di schiena con o senza sciatica.
  • Cosa fare invece: valutazione funzionale, carico progressivo, movimento quotidiano e gestione dello stress, invece di ripetere l’esame a sintomi invariati.
Guarda il video con Iacopo Landi · 5 min
Attenzione: quando la risonanza serve e serve subito

Questo articolo non invita nessuno a rifiutare un esame prescritto, a rimandarlo o a ignorare il parere del proprio medico. Esistono situazioni in cui l’imaging è indispensabile. Rivolgiti subito a un medico se hai debolezza o perdita di sensibilità che peggiorano nel tempo, se il dolore compare dopo un trauma importante o una caduta, se hai febbre, brividi, perdita di peso inspiegabile o una storia di tumore, se soffri di osteoporosi severa o usi cortisone da tempo, o se il dolore è forte e continua anche a riposo e di notte.

Vai al pronto soccorso, senza aspettare, se compaiono i segni della sindrome della cauda equina: perdita del controllo di vescica o intestino, difficoltà a urinare, addormentamento della zona a contatto con la sella della bicicletta, debolezza rapida a entrambe le gambe. Questa guida ha scopo informativo e non sostituisce una visita, una diagnosi o la prescrizione di un esame.

Cosa vede e cosa non vede una risonanza magnetica alla schiena?

Una risonanza magnetica alla schiena vede la struttura: dischi intervertebrali, vertebre, radici nervose, midollo, muscoli e legamenti. Non vede il dolore. Il dolore non compare in nessuna immagine, perché nasce dall’incontro tra lo stato dei tessuti, il sistema nervoso, la storia della persona, il sonno, lo stress e il carico a cui il corpo è abituato.

È una distinzione semplice, e cambia tutto. La risonanza magnetica produce una fotografia della forma dei tessuti in un istante preciso. Il dolore invece è un’esperienza, non una struttura: non ha un colore sulle immagini, non ha un contorno da misurare in millimetri. Per questo un referto può essere pieno di parole tecniche e non spiegare da solo perché stamattina non riesci ad allacciarti le scarpe.

Il punto non è che l’esame sia inutile, tutt’altro. Come spiega Iacopo Landi nel video, lastre, risonanze e TAC sono tra le tecnologie più utili che abbiamo per diagnosticare tantissime condizioni: servono per confermare o escludere un sospetto clinico preciso, per pianificare un intervento, per capire cosa sta succedendo quando compaiono segnali di allarme. Il problema nasce quando all’immagine viene chiesto qualcosa che non può dare, cioè la spiegazione completa del dolore e la scelta di cosa fare adesso.

C’è anche una questione di tempo. La risonanza descrive com’è la colonna in quel momento, ma non dice da quanto quel reperto sia lì. Una protrusione fotografata oggi può essersi formata anni fa, quando stavi benissimo, e in molti casi è proprio così: il dolore è arrivato, l’esame è stato fatto, e quel reperto che c’era già è finito sul referto insieme al dolore, come se uno spiegasse l’altro.

Le cose che una risonanza non registra, invece, sono spesso quelle su cui si può lavorare davvero: quanto ti muovi in una giornata normale, quanta forza hai a gambe e tronco, quanto carico riesci a tollerare senza che il dolore aumenti, quanto dormi, quanta paura hai di piegarti, quali parole ti hanno detto sulla tua schiena. Tutti fattori invisibili all’immagine e centrali nel recupero.

Perché tante persone senza dolore hanno ernie e protrusioni?

Perché una buona parte di quei reperti fa parte dell’invecchiamento normale della colonna, come i capelli bianchi. Nella revisione sistematica di Brinjikji e colleghi del 2015, condotta su 3.110 persone senza alcun mal di schiena, la degenerazione discale era presente nel 37% dei ventenni e nell’80% dei cinquantenni, tutti senza sintomi.

È lo studio che Iacopo Landi cita nel video, e vale la pena guardarlo da vicino. I ricercatori hanno messo insieme 33 studi su persone completamente asintomatiche, cioè che non avevano e non avevano avuto mal di schiena, e hanno guardato cosa mostravano le loro risonanze magnetiche e TAC della colonna. Il risultato è quello che trovi nella revisione sistematica di Brinjikji e colleghi sui reperti di degenerazione spinale nelle popolazioni asintomatiche: gli stessi identici reperti che spaventano nei referti di chi ha dolore erano presenti, in proporzioni altissime, in chi dolore non ne aveva affatto.

La conclusione degli autori è netta: molti di questi reperti sono probabilmente parte del normale invecchiamento e non associati al dolore. Non significa che non contino mai, significa che la loro sola presenza non basta a spiegare i sintomi. E, come nota Iacopo Landi, lo stesso discorso è stato verificato in tutte le altre aree del corpo: spalla, anca, ginocchio, caviglia, con lesioni meniscali, tendinee, cartilaginee e legamentose ritrovate in persone che non hanno alcun tipo di dolore.

I dati in breve

DatoValoreFonte
Campione analizzato 3.110 persone senza alcun mal di schiena, da 33 studi Brinjikji et al., AJNR, 2015
Degenerazione discale in persone senza dolore 37% a 20 anni, 80% a 50 anni, 96% a 80 anni Brinjikji et al., AJNR, 2015
Bulging discale in persone senza dolore 30% a 20 anni, 60% a 50 anni, 84% a 80 anni Brinjikji et al., AJNR, 2015
Protrusione discale in persone senza dolore 29% a 20 anni, 36% a 50 anni, 43% a 80 anni Brinjikji et al., AJNR, 2015
Spondilolistesi in persone senza dolore 3% a 20 anni, 14% a 50 anni, 50% a 80 anni Brinjikji et al., AJNR, 2015
Imaging immediato contro cure abituali nel mal di schiena aspecifico 6 studi randomizzati su 1.804 pazienti: nessuna differenza rilevante su dolore e funzione Andersen, J Athl Train, 2011, sulla meta analisi di Chou et al.
Risonanza precoce senza segnali di allarme Da 9,4 a 13,7 giorni di disabilità lavorativa in più a un anno, su 64.232 casi Shraim et al., BMC Musculoskelet Disord, 2021

Dati verificati ad agosto 2026.

Letta al contrario, questa tabella dice una cosa incoraggiante: se a 50 anni l’80% delle persone senza dolore ha già segni di degenerazione discale, allora avere quei segni non ti condanna al dolore. Il tuo referto ti mette in ottima compagnia, e in gran parte in compagnia di gente che sta bene.

Quando la risonanza magnetica per il mal di schiena serve davvero?

Serve quando c’è un sospetto clinico da confermare o da escludere. L’American College of Physicians indica l’imaging nei pazienti con deficit neurologici severi o progressivi, in quelli con segni o sintomi che facciano sospettare una condizione seria o specifica, e in chi è candidato a interventi. Questa valutazione la fa il medico.

Le situazioni in cui l’esame è indispensabile esistono, sono precise e non vanno banalizzate. Nel linguaggio clinico si chiamano segnali di allarme e sono, in sintesi:

  • Deficit neurologico severo o che peggiora: debolezza importante a una gamba, perdita di sensibilità che si estende, riflessi alterati che cambiano nel tempo.
  • Trauma importante: incidente, caduta significativa, soprattutto in presenza di osteoporosi nota o di uso prolungato di cortisone.
  • Sospetta infezione: febbre, brividi, dolore che continua a riposo e di notte, interventi recenti sulla colonna.
  • Sospetto tumore: storia oncologica, perdita di peso inspiegabile, dolore notturno che non passa cambiando posizione.
  • Sindrome della cauda equina: perdita di controllo di vescica o intestino, difficoltà a urinare, addormentamento della zona a contatto con la sella, debolezza rapida a entrambe le gambe. È un’urgenza: pronto soccorso, subito.

Fuori da questi casi, le linee guida internazionali chiedono prudenza. La linea guida NICE NG59 su mal di schiena e sciatica negli over 16 raccomanda di non offrire di routine l’imaging in un contesto non specialistico alle persone con mal di schiena con o senza sciatica, e di considerarlo nei contesti specialistici solo se il risultato può cambiare la gestione del caso. Sempre NICE aggiunge una raccomandazione che vale la pena conoscere: a chi viene inviato a una visita specialistica va spiegato che potrebbe non aver bisogno di alcun esame di imaging.

Attenzione a come va letto tutto questo. Non è un invito a rifiutare una risonanza prescritta, a rimandarla o a discutere la scelta del proprio medico: è il contrario, cioè un motivo in più per affidare quella decisione a chi ti visita invece che a un sintomo cercato online o alla fretta di avere una risposta. E se un esame ti è già stato prescritto, si fa.

Fare una risonanza senza motivo può allungare i tempi di recupero?

I dati dicono di sì. Nella revisione di Shraim e colleghi del 2021, su 64.232 casi di mal di schiena acuto senza segnali di allarme, chi aveva eseguito una risonanza precoce ha riportato da 9,4 a 13,7 giorni di disabilità lavorativa in più a un anno di distanza rispetto a chi non l’aveva fatta.

La revisione sistematica sull’associazione tra risonanza magnetica precoce e durata della disabilità nel mal di schiena acuto ha analizzato sette studi su database assicurativi statunitensi. Oltre ai giorni di disabilità in più, quattro studi hanno riportato un rischio di disabilità lavorativa aumentato, con hazard ratio compresi tra 1,75 e 3,57 per chi aveva fatto la risonanza precoce. Sono studi osservazionali, quindi mostrano un’associazione e non provano un rapporto di causa: chi riceve subito una risonanza può anche essere, in partenza, chi sta peggio. Ma la direzione è coerente in tutti i lavori.

C’è poi il dato che viene dagli studi randomizzati, dove il confronto è più pulito. Sei studi randomizzati su 1.804 pazienti con mal di schiena aspecifico non hanno rilevato differenze rilevanti su dolore e funzione tra chi riceveva imaging immediato di routine e chi seguiva le cure abituali senza esami. Tradotto: nel mal di schiena aspecifico l’immagine, da sola, non fa stare meglio.

Il meccanismo che Iacopo Landi descrive nel video è credibile e molto umano. Leggi sul referto parole tecniche che non conosci, riferite a una parte del corpo che ti fa male. Cominci a preoccuparti. Associ il dolore a un danno. Poi cominci a comportarti diversamente: ti muovi di meno, ti muovi con più cautela, smetti di fare alcune attività per paura di peggiorare. E meno ti muovi, meno il corpo si adatta, più i tempi si allungano. Dal video: le persone che si sottopongono a esami strumentali senza validi motivi che li supportino hanno un dolore che dura più a lungo, fanno più visite mediche e riportano un peggior senso di salute generale.

Perché due referti identici danno dolori diversi?

Perché il dolore ha un’origine multifattoriale: dipende da tanti fattori insieme, e lo stato della struttura (muscolo, legamento, disco) ne rappresenta soltanto una parte. Due persone con la stessa identica protrusione hanno storie, livelli di forza, quantità di movimento, qualità del sonno, carichi di stress e aspettative diverse. Il risultato è diverso.

È il passaggio centrale del video ed è anche il più liberatorio. Se il dolore dipendesse solo dalla struttura, allora chi ha un referto brutto starebbe sempre male e chi ha un referto pulito non avrebbe mai dolore. Nella realtà succede continuamente il contrario: persone con referti pieni di reperti che corrono la maratona, e persone con risonanze immacolate che non riescono a stare sedute.

Quali sono, allora, gli altri fattori in gioco? Semplificando, questi:

  • Il carico che il corpo tollera oggi: quanta forza, quanta resistenza, quanta abitudine al movimento hai costruito nel tempo. È la variabile su cui si può agire di più.
  • La sensibilità del sistema nervoso: dopo settimane o mesi di dolore il sistema tende a diventare più reattivo, e stimoli che prima erano neutri diventano fastidiosi.
  • Sonno, stress e stanchezza: incidono sulla soglia con cui percepiamo il dolore, e sono spesso i primi a peggiorare quando si sta male.
  • Le convinzioni e le parole ricevute: credere di avere una schiena fragile porta a muoversi in modo protettivo, e muoversi in modo protettivo mantiene la fragilità.
  • La paura del movimento: evitare i gesti che spaventano riduce l’esposizione e quindi la tolleranza, in un circolo che si autoalimenta.

Questo spiega anche perché due referti identici possono portare a due percorsi completamente diversi. Il referto è un pezzo di informazione. La persona è tutto il resto.

Che cosa significano le parole del referto che spaventano?

Sono descrizioni di forma, non diagnosi di dolore. Degenerazione, bulging, protrusione, fissurazione, spondilolistesi indicano com’è fatta la colonna in quel momento, non quanto farà male. Nello studio su persone senza sintomi, ognuno di questi termini compariva in una quota importante di referti di gente che stava benissimo.

Il vocabolario dei referti è nato per essere preciso tra professionisti, non per essere letto da soli in sala d’attesa. Qui sotto trovi le parole che spaventano di più, cosa descrivono davvero e quanto sono frequenti in persone senza alcun dolore, secondo lo studio di Brinjikji e colleghi.

Parola del refertoChe cosa descriveFrequenza in persone senza dolore (20 / 50 / 80 anni)
Degenerazione discale (o discopatia) Il disco perde acqua e altezza con il passare degli anni: è il cambiamento legato all’età più comune della colonna 37% / 80% / 96%
Bulging discale Il disco sporge in modo diffuso, su gran parte della circonferenza, oltre il bordo delle vertebre 30% / 60% / 84%
Protrusione discale Una porzione del disco sporge in modo più localizzato rispetto al bulging 29% / 36% / 43%
Fissurazione dell’anulus Una piccola fessura negli anelli fibrosi esterni del disco 19% / 23% / 29%
Spondilolistesi Una vertebra è scivolata leggermente in avanti rispetto a quella sottostante 3% / 14% / 50%
Ernia del disco Una parte del nucleo del disco fuoriesce oltre l’anello fibroso. È il termine che spaventa di più, ma indica sempre una forma, non un destino Non riportata come voce separata nello studio citato

Due avvertenze importanti su questa tabella. La prima: è pensata per ridurre la paura, non per sostituire chi ti visita. Il significato clinico di un reperto lo dà un professionista che mette insieme il referto, la tua storia e l’esame obiettivo, e in alcuni casi quel reperto conta eccome. La seconda: se il tuo referto riporta parole che qui non trovi, la mossa giusta non è cercarle su un motore di ricerca alle undici di sera, è farsele spiegare da chi ti segue.

Cosa fare al posto di ripetere la risonanza magnetica?

Al posto di ripetere l’esame a sintomi invariati conviene spostare il focus su ciò che si può misurare e allenare: una valutazione funzionale del movimento, un carico progressivo costruito su quello che il corpo tollera oggi, movimento quotidiano e gestione dello stress. Secondo l’American College of Physicians, ripetere l’imaging dipende da sintomi nuovi o cambiati.

La differenza tra i due approcci è tutta qui: la risonanza ti dice com’è fatta la tua schiena, la valutazione funzionale ti dice cosa riesce a fare oggi e cosa può fare tra tre mesi. La prima è una foto, la seconda è un film, ed è il film che si può cambiare. Ecco la sequenza concreta.

1
Fatti rileggere il referto da chi ti visitaPorta il referto a un medico o a un fisioterapista e chiedi due cose: che cosa significano quelle parole nel tuo caso specifico, e quanto pesano davvero sui sintomi che hai. Un referto spiegato smette di essere una minaccia e diventa un’informazione.
2
Passa dalla foto al film con una valutazione funzionaleChe cosa riesci a fare senza dolore, dove si ferma il movimento, quanta forza hai a gambe, anche e tronco, quanto carico tolleri prima che i sintomi salgano. Sono i tuoi numeri di partenza, e sono quelli che potrai rivedere migliorare.
3
Ricostruisci il carico per gradiSi parte da quello che il corpo tollera oggi e si alza un gradino alla volta, senza rincorrere il programma che facevi prima. La regola pratica è semplice: il dolore deve restare a un livello tollerabile e non peggiorare nelle ore successive alla seduta.
4
Muoviti ogni giorno, anche pocoLa continuità batte l’intensità: cammino, mobilità, esercizi semplici ripetuti nel tempo. Il movimento quotidiano è anche il modo più efficace per smontare l’idea che la schiena sia fragile, perché ti dà prove concrete del contrario.
5
Lavora su sonno, stress e paroleSono i fattori che il referto non vede e che spostano davvero l’ago. Cambiare il modo in cui parli della tua schiena, a te stesso e agli altri, fa parte del percorso quanto gli esercizi: nel video Iacopo Landi mette il cambiamento di mindset nei confronti del dolore allo stesso livello del movimento.

Serve un esempio concreto di come si convive con un referto senza esserne definiti? Nel percorso di Giulia, insegnante di yoga con protrusione L5-S1 e osteoporosi, passata dalla paura di farsi male alla libertà di muoversi la svolta non è arrivata da un esame nuovo, ma dall’aver smesso di identificarsi con le diagnosi e dall’aver ricostruito fiducia un movimento alla volta.

È lo stesso principio su cui è costruito il metodo Moveinside per tornare a muoversi senza dolore: partire dal carico che il corpo tollera adesso, alzarlo con pazienza, e usare il referto come una delle informazioni disponibili, non come il finale della storia.

“Con questo non sto dicendo che le lastre, le risonanze, le TAC non servono. Anzi: sono tra le tecnologie più utili che abbiamo per diagnosticare tantissime condizioni.”
Iacopo Landi
“La presenza di un danno nel nostro corpo non per forza porta dolore. Il dolore ha un’origine multifattoriale.”
Iacopo Landi
Iacopo Landi, fisioterapista e osteopata, coach Moveinside
Iacopo Landi
Fisioterapista e osteopata, coach Moveinside
Da oltre 10 anni si occupa di aiutare le persone con dolore a imparare a gestirlo e superarlo al meglio. In Moveinside guida i percorsi di terapia del movimento insieme al team di terapisti, e sul canale YouTube pubblica ogni settimana contenuti su dolore e libertà di movimento.

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Domande frequenti

Le risposte veloci

La risonanza magnetica serve per il mal di schiena?
Serve moltissimo quando c’è un sospetto clinico preciso da confermare o da escludere, molto meno quando il mal di schiena è aspecifico e non ci sono segnali di allarme. La linea guida NICE NG59 raccomanda di non offrire di routine l’imaging fuori dai contesti specialistici, e di considerarlo solo se il risultato può cambiare davvero la gestione del caso. La decisione spetta al medico, non a chi ha dolore e nemmeno a un articolo.
Un’ernia o una protrusione viste alla risonanza causano sempre dolore?
No. Nella revisione sistematica di Brinjikji e colleghi pubblicata nel 2015 sull’American Journal of Neuroradiology, condotta su 3.110 persone senza alcun mal di schiena, la protrusione discale era presente nel 29% dei ventenni e nel 43% degli ottantenni, e il bulging discale nel 30% dei ventenni e nell’84% degli ottantenni. Sono reperti frequenti anche in chi sta benissimo, quindi la loro presenza da sola non spiega il dolore.
Quando bisogna fare subito una risonanza magnetica alla schiena?
Quando ci sono i cosiddetti segnali di allarme: un deficit neurologico severo o che peggiora nel tempo, un trauma importante, il sospetto di un’infezione o di un tumore, e in particolare i segni della sindrome della cauda equina, cioè perdita di controllo di vescica o intestino, addormentamento della zona a contatto con la sella e debolezza rapida delle gambe. In questi casi non si aspetta e non si cerca online: si va dal medico, e la cauda equina è un’urgenza.
Ogni quanto va ripetuta la risonanza magnetica alla schiena?
Non esiste una scadenza da calendario. Secondo l’American College of Physicians, la decisione di ripetere un esame di imaging dipende dalla comparsa di sintomi nuovi o dal cambiamento di quelli attuali, non dal tempo passato dall’ultima risonanza. Ripetere l’esame quando i sintomi sono gli stessi raramente cambia qualcosa nella gestione, mentre il confronto con un professionista che ti visita ti dice molto di più.
Cosa significa protrusione discale sul referto?
Significa che una porzione del disco intervertebrale sporge oltre il bordo delle vertebre in modo localizzato. È una descrizione di forma, non una condanna e nemmeno una diagnosi di dolore: nello stesso studio su persone senza sintomi, la protrusione discale compariva nel 29% dei ventenni e nel 36% dei cinquantenni. Il significato clinico lo dà un professionista mettendo insieme il referto, la tua storia e l’esame clinico.
Si può fare attività fisica con una protrusione o un’ernia?
Nella grande maggioranza dei casi sì, e anzi il movimento graduale è parte della soluzione: quello che cambia è il dosaggio, non il divieto. Il punto è costruire il carico per gradi partendo da quello che il corpo tollera oggi, sotto la guida di un professionista che ti ha valutato. Se hai deficit neurologici, dolore che non cala o segnali di allarme, prima serve una valutazione medica.
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